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    “Nutrite un grande amore per la Santissima Vergine, vera madre e principal Superiora"

    (RdV 21; RL I)

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    L’umiltà è condizione della carità. “Siate umili, cordiali, semplici”

    (RdV 78; RL IX)

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    Le salesie educano al Bene, alla Verità, alla Bellezza con la vicinanza e la fiducia che nascono dall’amore.

    (RdV 166,167)

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Le dimensioni fondamentali del progetto fondazionale


Contemplazione del mistero della Santissima Trinità

Alla scuola della Confraternita della parrocchia di Battaglia, don Domenico, fin da fanciullo, sente viva la devozione alla Santissima Trinità.

Il Sacramento dell’Eucaristia

Don Domenico, educato a una profonda pietà eucaristica, nutre il senso della sua vita presbiterale e del ministero pastorale con la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia.

La devozione al Sacro Cuore di Gesù

Don Domenico Leonati, parroco a Ponte di Brenta, promuove la diffusione della devozione al Sacro Cuore e fa erigere un artistico altare in suo onore (1750) per ricordare l’immenso amore di Dio che si manifesta attraverso il Cuore di Cristo.

La devozione a Maria Madre di Dio

La devozione a Maria in don Domenico si inserisce nel solco della spiritualità post-tridentina ed è così forte il suo rapporto filiale con la Madre di Dio da esortare le sue figlie a riconoscere nella Santa Vergine la “vera Madre e principal Superiora” nonché loro “Madre ed Abbadessa”.

Ambiti della missione salesia

Educativo - Pedagogico

Educativo - Pedagogico Nell’ambito educativo-pedagogico ci ispiriamo al metodo preventivo di San Francesco di Sales e di don Domenico Leonati.

Pastorale - Catechetico

La chiesa particolare costituisce lo spazio storico e ambientale della vicenda pastorale di don Domenico Leonati.

Missio inter gentes

In virtù della nostra consacrazione a Dio siamo coinvolte nell’attività missionaria della Chiesa che porta ovunque e a tutte le genti il Vangelo di Cristo.

Don Domenico Leonati

Sacerdote colto, amante della gioventù, lungimirante e di straordinaria spiritualità e generosità apostolica, Domenico può essere considerato uno dei pionieri dell’istruzione gratuita e del metodo preventivo nella diocesi di Padova. Nasce a Battaglia Terme (PD) il 12 febbraio 1703, da una famiglia numerosa della piccola borghesia. Rimasto orfano di padre in tenera età, riceve la prima formazione dal suo parroco Don Antonio Gentili, che sarà per lui maestro e precettore, dato che all’epoca non esistevano scuole pubbliche nei paesi. Nell’ottobre 1713, viene accolto nel Seminario patriarcale di San Cipriano a Murano (VE) dove inizia una sistematica formazione spirituale e culturale. Ha solo dieci anni e, pur lontano da casa, Domenico si distingue per il corretto comportamento, la bontà d’animo ed una particolare attitudine allo studio. Ragazzo fidato e responsabile, gli viene affidato l’incarico di bidello (1715/16) e di sottotesoriere nel 1717 (cf ms. 295 biblioteca del Marcianum). A Venezia, nel seminario di San Cipriano dove rimane sette anni, consolida la sua inclinazione per l’ideale sacerdotale. Terminato il periodo di studi, prende il posto del fratello don Carlo e si trasferisce a Padova, nel Collegio Tornacense. Qui, in due anni di studio intenso, si prepara al dottorato in diritto canonico e civile. Il 22 agosto 1722 consegue la laurea presso l’Ateneo Patavino e può finalmente pensare al sacerdozio. Raggiunta la meta ambita dell’ordinazione sacerdotale (1726), orienta il suo ministero pastorale verso la gioventù. Non perde tempo e, con l’aiuto dei fratelli don Carlo e Giovanni, avvia in Padova, a Borgo Santa Croce, un Collegio-Convitto per giovani. Dopo quattro anni, nel 1730, è a Montagnana (PD) dove esercita il suo ministero sacerdotale come cappellano del fratello don Carlo. “Io Domenico Leonati, sacerdote diocesano, celebro tutti i giorni all’altare di Santa Caterina, nella colleggiata di Montagnana” (AVP-Visitationum, vol. LXXVII, pp.50-53-70). Ha con sé anche un chierico diciassettenne, suo fratello più piccolo, nato tre mesi dopo la morte del padre, che si prepara al sacerdozio. A Montagnana Domenico ripete l’esperienza del Collegio-Convitto per aiutare giovani studenti universitari Per volontà del Vescovo Mons. Minotto Ottoboni, trascorre un breve periodo a Battaglia Terme (PD), suo paese natio, per aiutare il suo parroco gravemente malato. Divenuto parroco di Ponte di Brenta (1737-1751), esercita con entusiasmo la sua missione. Non risparmia energie e con prudente determinazione si adopera per far convergere i parrocchiani, dispersi in varie cappelle delle ville veneziane, verso la Chiesa parrocchiale. Si prodiga per i deboli, gli ammalati e i poveri, corregge con prudenza, amministra i sacramenti, si dedica alla direzione spirituale, promuove la predicazione straordinaria, ristruttura la Chiesa, istituisce l’adorazione eucaristica diurna, valorizza la liturgia e la catechesi, coinvolge i laici nell’animazione pastorale e si prende cura delle fanciulle e delle giovani favorendo la crescita della vita cristiana. Con l’intuizione profonda degli uomini di Dio, don Domenico cerca di porre rimedio alla situazione di ignoranza, emarginazione, di abbandono e ozio in cui si trovano le fanciulle e le giovani di Ponte di Brenta. Per esse istituisce un Conservatorio. In questa circostanza (1751) Domenico, con l’aiuto di benefattori che apprezzano l’opera, acquista un modesto stabile e trasferisce il Conservatorio a Padova, in zona Vanzo (PD). Affida l’opera a maestre di provata vocazione e dedite interamente all’educazione delle fanciulle povere. Accompagna la loro attività con sollecita carità e ne orienta il percorso formativo. Organizza la giornata delle fanciulle con “Le Regolette” e la vita delle formatrici con “Le Regole”. Non servizio assistenziale, ma presenze materne formate e profondamente disposte a donare tutto il loro essere per orientare e sostenere il sogno di giovani vite, impedendo apatie e la tristezze che spengono il futuro. Durante questi anni don Domenico, stabilitosi nel Seminario, prepara al sacerdozio i chierici e guida le sue collaboratrici che, dalla nuova sede, assumeranno il nome di “Vergini di Vanzo”. L’opera, cresciuta è sostenuta anche dal Papa stesso, riceve in dono delle preziose reliquie come il cuore di San Gregorio Barbarigo e il corpo della martire Santa Colomba. Nel 1765, a causa di una grave malattia, don Domenico lascia l’impegno di Padre Spirituale dei Seminaristi e si stabilisce presso il Conservatorio da lui fondato. Continuerà il suo ministero come catechista degli adulti a Borgo Santa Croce e, da esperto maestro di spirito, sarà confessore e guida spirituale in diversi monasteri di Padova. Muore il 4 gennaio 1793, abbandonandosi alla Santissima Trinità. Sacerdote, maestro, formatore e fondatore, lascia un esempio di vita esemplare semplice, umile, povera e il dono inestimabile di un Carisma che vede nelle Suore di San Francesco di Sales la sua continuazione.

San Francesco di Sales

San Francesco di Sales, che è riuscito a parlare del Dio-amore con amore, è considerato uno dei più grandi maestri di spiritualità negli ultimi secoli Primogenito di tredici figli, nasce nel castello di Thorens nel 1567, in Savoia (Francia), da una famiglia di antica nobiltà, riceve un’accurata educazione nei migliori collegi di Francia (La Roche, Annecy, Parigi) e una solida istruzione nelle discipline umanistiche; affronta gli studi di diritto all’università di Padova dove rimane tre anni (1588-1591), dedicandosi con profitto allo studio. Nel corso della sua frequentazione accademica si dedica con profitto allo studio, coltivando anche la vocazione religiosa che da tempo era sbocciata e che progrediva sotto la guida del gesuita Antonio Possevino. Conseguita la laurea in diritto (1591), si concede un viaggio fino a Loreto. Vorrebbe proseguire fino a Roma ma desiste perché le strade, infestate da briganti, sono insicure. Torna a casa e trova il padre entusiasta perché vede nel figlio, dotato d’intelligenza e dal carattere non comune, una brillante carriera. Ma Francesco riesce a resistere a ogni pressione pur di dare alla sua vita la svolta attesa, diventando sacerdote. Viene consacrato l’8 dicembre 1593 nella cattedrale di Annecy. Subito manifesta doti di zelo, di carità, di diplomazia e di equilibrio, che lo  accompagneranno per tutta la vita e di cui darà prova esemplare nella difficile missione apostolica (1594-1598) nello Chablais, ormai conquistato dal calvinismo. È un sacerdote zelante, di vasta cultura, stimato da tutti. Persona retta e inflessibile ma anche prudente, delicato, carico di comprensione e di dolcezza. Centro della sua giornata è la Santa Messa vissuta intensamente. Tiene in gande considerazione il sacramento della Confessione per sé e per gli altri ed è un bravo oratore. La sua fama si diffonde e viene proposto come vescovo ausiliare di Ginevra. Consacrato vescovo di Ginevra l’8 dicembre 1602, attua le riforme del Concilio di Trento e si dedica senza riposo alla causa di Cristo. Si preoccupa dell’ignoranza del clero, visita le diocesi, scrive, si impegna personalmente nella catechesi, dedica tempo, cuore ed energie alla direzione spirituale. Nel suo rapporto con gli altri si esprime in termini affettuosi. A Giovanna Francesca di Chantal, con la quale crea un rapporto spirituale intenso, arriva a dire che “Dio gli ha dato un cuore di madre più che di padre”. Applica il metodo dell’amore, un amore sincero, profondo, che gli fa amare tutti in Dio, lasciando a ciascuno la propria personalità e adeguando l’affetto alle persone. I tristi avvenimenti che vive dal 1598 al 1602 (la morte del padre, le difficoltà economiche, i conflitti diplomatici, l’invasione della Savoia da parte dei francesi) non attenuano il suo impegno, e non alterano la sua spiritualità. L’amore a Dio, la sua semplicità e la sua dolcezza conquistano i cuori, a cominciare da quello della baronessa Giovanna Francesca Fremyot de Chantal (1572-1641), eccezionale figura di donna e religiosa. Cofondatrice con Francesco dell’Ordine della Visitazione di santa Maria, sarà canonizzata nel 1767). Francesco di Sales fonda con lei nel 1610, un Ordine religioso. Intende “dare a Dio delle figlie d’orazione e delle anime così interiori da essere trovate degne di servire la sua Maestà infinita e di adorarlo in spirito e verità” evitando ogni forma eccessiva di austerità. Infaticabile nella predicazione, nella catechesi, nell’amministrazione dei sacramenti, nelle visite pastorali, dedica una cura amorevole anche alle sue Figlie spirituali. Dai suoi scritti nasce così la Filotea o Introduzione alla vita devota (1609), la sua prima e fondamentale opera che avrà anche un grande successo editoriale, il Teotimo o Trattato dell’amor di Dio (1616), dove è esposto lo spirito della vera devozione religiosa: non una  manifestazione esterna, né una pratica rigida, com’era d’uso a quei tempi, bensì un costante perfezionamento di se stessi nell’unione perfetta con Dio e nell’esercizio delle virtù teologali. Quando la sua salute comincia a dare segni di cedimento, che lo fa “vecchio” nei suoi 56 anni, continua a servire Dio con la penna e con il rosario. Intraprende un faticoso viaggio con il duca di Savoia che va ad incontrare il re Luigi XIII ad Avignone. Fa tappa a Lione dove s’intrattiene per l’ultima volta con la Madre di Chantal. Il 27 dicembre visita il noviziato delle Suore che gli chiedono di scrivere loro qualche insegnamento spirituale. Su un foglio, egli scrive in alto, a metà e in basso: umiltà. Fino all’ultimo dei suoi giorni, Francesco offre una limpida testimonianza di ciò che significa amare Dio e i fratelli. La morte lo coglie a Lione il 28 dicembre 1622. Viene canonizzato nel 1665; più tardi, gli viene anche conferito il titolo di dottore della Chiesa (1877) e patrono dei giornalisti. Il suo cuore incorrotto si trova nel Monastero della Visitazione a Treviso. San Francesco di Sales è uno dei grandi maestri di spiritualità degli ultimi secoli.

Le vergini di Vanzo

La prima delle «vergini secolari» che don Domenico Leonati raccoglie a Ponte di Brenta, è una maestra della parrocchia: Elisabetta Stradiotto, nel 1740, mette a disposizione la sua casa per ospitare le ragazzine che don Leonati già mantiene a sue spese con l’aiuto della mamma e del fratello Francesco. L’intuizione creativa del parroco consiste nel togliere dal degrado, dall’ozio e dai pericoli le fanciulle più esposte, insegnare loro un lavoro ed educarle cristianamente.
«Giravano nella Villa di Ponte di Brenta molte povere Fanciulline, parte orfane e parte in altra forma necessitose; ed essendovi allora Parroco D. Domenico D.r Leonati, […] raccolse un certo numero delle più abbandonate Figliuoline, e le collocò in casa di una pia Maestra affinché fossero levate da ogni pericolo ed educate nel santo timor di Dio, nella Dottrina Cristiana e nei lavori propri della loro età» (Teresa Leonati). Molti cittadini apprezzano e sostengono l’iniziativa. Ben presto don Domenico deve provvedere due nuove educatrici: «Moltiplicandosi esse Fanciulle, vi fu bisogno di altre due capaci Maestre, che furono ben tosto trovate dal zelante Parroco» (Teresa Leonati). Queste maestre mettono in gioco gratuitamente la loro vita per riscattare povere fanciulle prive di istruzione e di un’accurata educazione.  
Quando il «Conservatorio» così fondato, è trasferito a Padova, in zona Vanzo (1751), per seguire don Leonati, che il Vescovo ha chiamato come confessore e padre spirituale nel Seminario, le fanciulle accolte nell’Istituto aumentano ancora e c’è bisogno di altre maestre. Queste cominciano ad essere chiamate dal popolo «Vergini di Vanzo», dal nome della contrada nella periferia della città in cui vivono,. La loro età varia tra diciassette e i quarant’anni. Sono: Elisabetta Boldrin, Maria Squarcina, Anna Maria Bindisen Bastort, Elisabetta Rigato, Anna Squarcina, Maria Destro, Teresa Gastaldi, M. Maddalena Beghinello, Veronica Donà, Teresa Copin.
Si segnalano in particolare Giulia Boldrin, che per quasi trent’anni guiderà una comunità tra le zone più povere della città, e soprattutto Teresa Leonati (1728-1812), nipote di don Domenico, che, entrata nel Conservatorio a vent’anni, vi rimarrà come superiora per oltre sessanta. Dopo la soppressione del Conservatorio, determinata dal governo napoleonico, si ritirerà nel Borgo cittadino della Paglia, dove sopravvivrà un solo altro anno. Un’altra maestra, Rosa Agosto, riavvierà in Vanzo un’opera simile al Conservatorio, ma la sua morte prematura vanificherà il tentativo. Infine va ricordata Pasqua Sandrini, alla quale si dovrà la rifondazione del Conservatorio in Borgo Santa Croce: «per quasi sessant’anni, a Vanzo e nel Collegio di Santa Croce, offr[irà] l’educazione gratuita alle abbandonate figlie, provvedendo alimento e indumenti» (dal necrologio).
Lo stile di vita delle Vergini di Vanzo risponde tanto ad una vocazione di dedizione totale, quanto alle necessità di un apostolato fra i più umili nella città. Queste donne «vivono libere da qualunque legame di Voti, non hanno particolar Abito Religioso, non Clausura, possono uscire a proprio arbitrio, vivono indipendenti come ogni altro Laico; non professano Regola [religiosa] ma vivono in Comunità. Vivono del necessario per il loro tenue vitto e vestito. Si mantengono col loro lavoro assiduo, e sono tutte impegnate ad ammaestrar ne’ costumi e nel lavoro, circa duecento povere vaganti Giovani, per metterle in istato di uscire dalla miseria, in cui si trovavano. Le Giovani miserabili, […] non solo sono raccolte senza pagamento dalle stesse Vergini, ma anzi si tengono ciò che guadagnano nei lavori loro insegnati» (Teresa Leonati).
Tutte vivono in comunità, «hanno da Loro stesse formato un metodo di vita pel buon regolamento della medesima». Solo dopo alcuni anni riceveranno una Regola di vita composta da don Domenico. Pregano, sono impegnate nell’adorazione eucaristica diurna e notturna, coltivano l’orto, si impegnano nel cucito, nel ricamo, nella lavanderia, accudiscono anche la biancheria del seminario. Con le Vergini di Vanzo, che a gruppi di tre o quattro raggiungono altre fanciulle bisognose in vari borghi della città di Padova, sorgono le prime scuole gratuite, da cui «trae beneficio un elevato numero di fanciulle» (dalle cronache). Quando il Conservatorio viene soppresso, molte maestre e ragazze ritornano nelle loro famiglie; invece altre diciassette, con una trentina di fanciulle orfane, si rifugiano in piccoli locali presi in affitto. Ma dopo la fine della dominazione napoleonica, come già ricordato, Pasqua Sandrini ottiene il permesso di ripristinare il Conservatorio nell’ex Collegio dei Padri Somaschi in Borgo Santa Croce. È la sede che diverrà ed è tuttora la Casa generalizia delle Suore di San Francesco di Sales, la Congregazione erede del carisma di don Domenico Leonati, che continua l’opera educativa delle “Vergini di Vanzo” attuando oggi il loro stile di vita.

Madre Pasqua Sandrini "la Restauratrice"

Madre Pasqua Sandrini è la Restauratrice del Conservatorio delle Vergini di Vanzo, nucleo iniziale della futura Congregazione delle Suore di S. Francesco di Sales - Salesie. Nasce a Venezia il 24-06-1762. È figlia di Giovanni Battista e Arvialli Antonia, genitori che prestavano servizio nel palazzo Pisani-Moretta. Trascorre i suoi primi anni di vita in quella rinomata residenza veneziana che si affaccia sul Canal Grande. Chiara Pisani-Moretta, nobildonna sua benefattrice, si prende cura di lei e la arricchisce di una distinta educazione inserendola (1777) nel rinomato Collegio delle Dimesse (PD). A 15 anni ritorna a Venezia e ci rimane per un breve periodo. Pur nella sua giovane età, coltiva nel cuore la perla preziosa della vocazione religiosa e convince i suoi a lasciarla entrare nel fiorente Conservatorio delle Vergini di Vanzo. In Vanzo alcune educatrici vivono in fraternità e si dedicano gratuitamente all’educazione di fanciulle povere, estendendo la loro attività anche in vari punti della città di Padova. Nel Conservatorio è accolta da Madre Teresa, sorella di don Domenico Leonati (1703-1793), Fondatore dell’Opera. A contatto con le fanciulle e con altre educatrici apprende la vita dello spirito e il metodo educativo. A diciassette anni (1779) è istruttrice di un gruppo di fanciulle. “Per lungo volgere di anni seppe reggere con maestra mano uno scelto drappello di donzelle e far gustare a molte famiglie i frutti di una saggia educazione cristiana”. (dal necrologio; cf RdV X) Svolge con passione e dedizione la sua attività fino al sopraggiungere della soppressione napoleonica (1810) che provoca la chiusura del fiorente Conservatorio e la dispersione dei suoi membri. In questa triste circostanza alcune educatrici ritornano in famiglia, mentre 17 “Vergini di Vanzo” –così si chiamavano le collaboratrici del Fondatore - con 31 fanciulle rimaste senza famiglia e senza casa, si ritirano in piccoli locali presi in affitto a Padova. Pasqua Sandrini rimane fedele alla sua scelta di vita. Si fa carico delle fanciulle e si rifugia con loro e con alcune collaboratrici nell’ex monastero delle monache di S. Pietro (PD), dove rimane per tre lunghi anni circa. La nuova opera viene inaugurata il giorno di Pentecoste (1824) dal Vescovo Mons. Modesto Farina. Il Vescovo elogia così la coraggiosa restauratrice: “Debbo rendere giustizia a […] Pasqua Sandrini, Direttrice dell’attuale privato Convitto, per il suo zelo, disinteresse, prudenza, amore non comune al vero bene delle educande, Religione pura e niente affettata, belle doti di spirito e di cuore […]. Questa donna non ha che un unico peccato: fida tutto nella provvidenza!” (GB PS, 44; AVP Religiosi, Congregazioni Femminili, Salesie, ff. 28.1-2). Persona lungimirante, di solide capacità, si fa carico del carisma ereditato e continua il progetto di don Domenico Leonati esponendosi al rischio delle “novità”, tra i danni provocati dalle dolorose circostanze storiche. La sua arte educativa e la sperimentata capacità di discernimento “intelligente e soprannaturale”, convergono nella persona di Cristo, perno e scopo del suo vivere. A Lui orienta coloro che le sono affidate. “Donna forte, dipinta dallo Spirito”, per quasi sessant’anni la Sandrini, prima a Vanzo e poi nel Collegio di Santa Croce, presiedette intrepida al pio istituto e, sotto la protezione del Vescovo, -offre - l’educazione gratuita alle abbandonate figlie, provvedendo alimento e indumenti. (dal necrologio) È esempio di semplicità, sobrietà, umiltà, amore non comune, valori attinti dalla spiritualità di San Francesco di Sales, considerato, per volontà di don Domenico Leonati, come Padre e Fondatore, Mira ad un servizio di carità a vantaggio degli altri e per la gloria a Dio. Per lei vivere è fare del bene, il massimo bene, con attenzione alla salute, al lavoro, al profitto, allo studio, alla gioia delle creature che le sono affidate. Abituata fin dall’adolescenza alla condivisione nella comunità e alla collaborazione, approfitta di tutti i mezzi per offrire possibilità di formazione e di crescita umana. La sua vita si snoda in un itinerario tracciato dalla Regola del Fondatore, nella sequela del Signore Gesù e nella docilità allo Spirito. Piccoli, solleciti passi dentro gli impegni quotidiani, sostenuti dalla preghiera, dal dono di sé e dalla vita fraterna, in una convivenza semplice e familiare. Condivide il lavoro, la sofferenza, la preoccupazioni, la radicalità della sequela di Cristo in quel contesto fraterno che il Fondatore sognava anche per noi Suore Salesie: “Siate una cosa sola in Colui che vi ha riunite insieme” (cf RL Pref.). Sfinita dall’età e dalle fatiche, dopo quindici mesi di infermità e di eroiche sofferenze, muore il 24 febbraio 1849, “lasciando un esempio luminoso di bontà e di beneficienza, memoria per noi sempre cara e preziosa. […] Possa il suo esempio […] suscitare in cuori ben fatti, il nobile ardore di ricalcarne le orme generose perché appaia sempre più chiaro che solo il Vangelo sa riunire tutti in perfetto accordo” (dal necrologio).

Beata Liduina Meneguzzi

Persona semplice, umile, generosa, può essere considerata la Beata della quotidianità. Nasce a Giarrre di Abano Terme (PD), il 12 settembre 1901, da una modesta famiglia di contadini. Il suo nome di battesimo è Elisa Angela. A quattordici anni, per aiutare economicamente i suoi, presta servizio presso famiglie benestanti e negli alberghi di cure termali ad Abano. Persona mite e disponibile, si fa amare e apprezzare ovunque. Desiderosa di consacrare tutta la vita al Signore, il 5 marzo 1926 entra nella Congregazione delle Suore di San Francesco di Sales (PD). Qui completa la sua formazione fino alla professione dei voti di castità, povertà e obbedienza. È impegnata come guardarobiera, infermiera, sacrestana, tra le ragazze del Collegio di Santa Croce, che la considerano un'amica buona, capace di ascoltare e di comprendere. Segue tutte, quasi in punta di piedi, con gesti di tenerezza, di pazienza, di comprensione. Sogna di essere missionaria e finalmente, nel 1937, è inviata in Etiopia, a Dire-Dawa. Non ha grande cultura, ma, con la sua forte carica interiore, sa farsi amare. Opera come infermiera nell'Ospedale Civile Parini che, con la guerra, diviene ospedale militare. Angela, ora Liduina Meneguzzi, si comporta come un «angelo di carità». Si dedica agli altri con tenerezza e dedizione instancabile, vedendo in ogni fratello che soffre l'immagine di Cristo. Presto il suo nome risuona sulle labbra di tutti, la cercano, la invocano come una benedizione. Gli indigeni la chiamano: «Sorella Gudda» (Grande). Quando i bombardamenti infuriano sulle città e sull'ospedale, dalla bocca dei malati e dei feriti esce un unico grido: «Aiuto, Sorella Liduina!». E lei, incurante del pericolo, corre in loro aiuto. Si curva sui morenti per suggerire preghiere di abbandono in Dio, battezza i bimbi, reca conforto. Non si ferma di fronte a persone di altre culture o religioni, per lei l’altro è il prossimo da servire e amare. Parla loro della bontà di Dio, del Paradiso, tanto da attirare l’interesse anche degli indigeni. Indebolita da un male incurabile, continua a servire, convinta che gli altri stanno peggio di lei. Fiduciosa e pienamente abbandonata alla volontà di Dio si sottopone serenamente a un intervento chirurgico, ma non ce la fa. Muore a 40 anni offrendo la sua esistenza per la pace del mondo. È il 2 dicembre 1941. Un medico, lì presente, dirà: «Non ho mai visto nessuno morire così». Viene sepolta tra i soldati nel cimitero di Dire-Dawa. Dopo vent'anni, nel luglio del 1961, la salma di Suor Liduina è trasportata a Padova, in una Cappella di Casa Madre, dove molti devoti vanno a invocare la sua intercessione presso Dio. Nel 2002 Suor Liduina Meneguzzi viene dichiarata Beata da Papa Giovanni Paolo II.www.liduinameneguzzi.it

Beata Liduina Meneguzzi

Persona semplice, umile, generosa, può essere considerata la Beata della quotidianità

Fiduciosa e pienamente abbandonata alla volontà di Dio, si sottopone serenamente a un intervento chirurgico ma non ce la fa. Muore a 40 anni offrendo la sua esistenza per la pace del mondo


Beata Liduina

Padova Italy

Casa Madre - Suore di San Francesco di Sales - Salesie

Alcuni pensieri

San Francesco di Sales

Continuiamo solo a lavorare bene, sapendo che non c’è terreno tanto ingrato che l’amore del coltivatore non possa rendere fecondo.

Papa Francesco

Portiamo nel cuore il sorriso e doniamolo a quanti incontriamo nel nostro cammino.

Santa Giovanna di Chantal

Dio sia la vostra forza, la vostra pace e la vostra consolazione.