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Venerdì, 19 Marzo 2021

Portarli dentro…pensarli nel futuro

Portarli dentro…pensarli nel futuro

La Casa famiglia Salesia situata a Roma in Via Anapo, 17, ha iniziato a vivere e pulsare il 18 dicembre 2017 con l’arrivo di 6 bambini trasferiti tutti da una casa famiglia in chiusura.

La sua vita sembra breve, ma si inserisce in un solco ben più profondo di servizio educativo che parte dal 1740 quando il nostro Fondatore don Domenico Leonati, attento alle situazioni di disagio del suo tempo, istituisce a Padova un Conservatorio per fanciulle povere e ne affida la direzione a un gruppo di giovani educatrici. Da allora, nell’evoluzione della storia, anche noi abbiamo cercato di vedere i bisogni educativi come don Domenico e ci siamo dedicate ad essi. Sono sorte così le prime scuole popolari gratuite in Padova e, verso la metà dell’800, il Collegio delle educande, con un istituto comparabile oggi, ad un passato Istituto magistrale. Ci siamo inserite negli orfanotrofi e nei collegi per le Enaoline; abbiamo iniziato l’accoglienza dei mutilatini di guerra e dal 1991 a fianco di don Carlo Gnocchi http://www.santiebeati.it/dettaglio/91128 , a Padova è stata avviata la prima casa famiglia che ha già accolto oltre 90 tra ragazze e bambine. Accogliamo bambini dai 3 anni ai 10 in disagio familiare. Sono minori che, dopo una segnalazione ai servizi sociali, valutata la situazione familiare, vengono allontanati dalla famiglia d’origine o adottiva fino a una soluzione della loro situazione come prevede il decreto del Tribunale per i minorenni. Questa è una sintesi molto fredda, ma dietro a queste azioni e scelte c’è la vita di questi bambini e delle loro educatrici. https://www.salesie.it/index.php?option=com_content&view=article&id=192:le-vergini-di-vanzo&catid=63&Itemid=1027 

Madre Teresa ha coniato un’espressione che suona così: “Serviamo i più poveri tra i poveri”. Direi che questi bambini vanno collocati in questa categoria perché: 

  • sono venuti al mondo senza chiederlo, a volte senza essere desiderati e devono subire gli errori degli adulti; 
  • devono vivere con genitori talvolta violenti, psicopatici, inadeguati, poveri, ignoranti, reclusi, che li abbandonano cammin facendo; 
  • si trovano ad essere fratelli di padri diversi, di genitori conflittuali, di conviventi occasionali o clienti; 
  • hanno assistito a scene di violenza, di sesso, di droga, di degrado, di promiscuità; 
  • Sono bambini maltrattati, subiti dalla madre, rifiutati, bambini non visti, accuditi nelle prime necessità, magari passando per un bar per cambiare il pannolino o mangiando alla mensa Caritas. 

A questi bambini viene chiesto di lasciare la famiglia, che nonostante tutto è sempre la propria famiglia, la casa, la scuola, gli amici, il territorio, i parenti per essere collocati in una casa di estranei a convivere e condividere con altri bambini sconosciuti: le giornate, gli ambienti, i giochi, la vita quotidiana e con adulti di cui non sanno se fidarsi o no. 

Devono imparare a stare alle regole e condividere, incontrare i genitori, quelli che possono farlo, nei tempi stabiliti e alla presenza di un educatore o di un operatore dei servizi sociali. 

Devono attendere che altri decidano per loro, con i loro tempi, le loro idee, bambini che parlano dei tutori, dei giudici, degli assistenti sociali a 4 anni, a 8 anni.…  Sono bambini che senza colpa vengono a volte discriminati, segnati a dito a scuola dai compagni e dalle loro famiglie, bambini che a volte si vergognano della loro condizione…

Ma il più viene dal fatto che alla mattina non hanno la mamma o il papà che li svegli e fanno loro le coccole, o alla sera, se hanno paura del buio, non c’è il babbo che li rassicura, non saltano sul lettone come fanno molti, e le ragazzine non hanno la possibilità di confidare alla mamma i loro primi amori, i cambiamenti fisici, la scelta del vestitino …

Solo a elencare tutto questo soffro, provo rabbia… e benedico i miei genitori che tutto questo me lo hanno dato e ora, indegnamente, tento di riversarlo sui nostri bambini per supplire, almeno in parte, queste figure mancanti.

Ecco, noi salesie, sulla scia del Fondatore, ma ovviamente sull’invito del Vangelo, ci portiamo dentro questi piccoli (piccoli in senso anagrafico ma anche sociale), cerchiamo di fare spazio, di allargare il nostro grembo materno e accoglierli perché crediamo fermamente che c’è la possibilità di una vita diversa anche per loro. Vivendo con loro, li pensiamo nel futuro e agiamo nel presente educandoli come figli. Creando attorno a loro un clima di famiglia, assumendo ruoli genitoriali, mostrando che esistono famiglie diverse da quelle che hanno conosciuto. 

Sono bambini deprivati, che non si fidano degli adulti, che ti mettono costantemente alla prova, che ti minacciano, ti insultano, manifestano in molti modi la rabbia verso il mondo intero. È proprio in questi momenti duri del “portarseli dentro”, ti giochi tutto perché li devi amare gratis, per quello che sono di bello.

Non è semplice coltivare l’attenzione per ciascuno nella quotidianità, scoprire, cogliere, far emergere, valorizzare capacità e attitudini, sostenere e incoraggiare, costruire autostima, riconoscimento di sé, assumere le loro fragilità e tutte le loro domande sul futuro e sul passato, o rispettare i loro silenzi, aiutandoli anche ad esprimere i desideri o i disagi. Si lavora per mettere ognuno al suo posto, chi un po’ più avanti chi qualche passo indietro. Tutto questo non è così automatico come ve lo sto raccontando, ma è un sevizio che matura, stimola e ridimensiona prima di tutto noi educatori. A questo scopo ogni settimana ci confrontiamo per 2/3 ore tra noi come equipe e con una psicoterapeuta che ci aiuta a legge ed elaborare i nostri vissuti. 

Questi bambini hanno il potere di smuoverti dentro tutto il tuo vissuto, il tuo irrisolto e quindi l’aiuto di un professionista quindi ci vuole.

Altro aspetto direi fondamentale è l’accordo tra educatori, anche questo non scontato. I bambini cercano di andare da uno o dall’altro per ricevere consensi, ma anche in noi adulti possono lavorare in sordina gelosie, invidie, attaccamenti… pertanto cerchiamo di essere vigilanti e sinceri anche tra di noi per il bene e il progresso dei piccoli. Rivediamo costantemente il progetto educativo generale e personalizzato per non perdere di vista l’obiettivo. Non meno importante l’elasticità mentale di cambiare programmi a seconda degli stati d’animo dei bambini, specialmente quando reagiscono in maniera opposta a quella che ti aspettavi: pensavi di aver organizzato l’avventura più divertente del mondo e loro ti rispondono con un deludente: “Non mi va! “

Per quanto riguarda noi suore nello specifico, oltre al forte tema della maternità, c’è anche una vita quotidiana che assomiglia a quella delle altre famiglie; per essere sale e lievito nella pasta, dobbiamo essere immerse nella vita reale e comune. La nostra vita è certamente cambiata molto nei ritmi e nei tempi: siamo totalmente pubbliche, non abbiamo più nulla che possa essere indicato “clausura”, e questo ci impegna in una testimonianza ancor di più coerente e costante di vita evangelica.

Ci sono ancora due aspetti importanti: quello dei rapporti con i servizi sociali e con la parrocchia.

I servizi sociali hanno come figure gli assistenti sociali e i tutori. Con loro abbiamo un rapporto continuo in quanto sono i responsabili diretti dei bambini, per cui ogni decisione viene da loro e ogni nostra proposta deve essere confrontata con loro. A volte è un po’ dura quando non condividiamo le decisioni sui bambini. Sentiamo la sofferenza di chi vive a stretto contatto con i minori, che coglie le loro istanze, desideri, sentimenti, sogni… ma non abbiamo voce in capitolo. Posso dire però che fino ad ora hanno comunque manifestato apprezzamento sul nostro operato.

All’origine di questa realtà avventurosa c’è il parroco e la parrocchia nella quale siamo presenti dal 1958, quindi da 60 anni.

Nel 2013 la nostra Madre generale ci ha informato che entro tre anni avremmo dovuto chiudere l’attività scolastica. Dopo un po’ di tempo il parroco mi ha chiesto se fosse il caso di chiedere alla Direzione generale di convertire l’opera in casa famiglia. È passato un anno di riflessione prima di ottenere una risposta definitiva. La Madre era ben consapevole della richiesta in quanto era stata lei stessa la fondatrice di una Casa famiglia di Padova.

Dall’accettazione della proposta, con il parroco ci siamo attivati con: visite ad altre case, municipi, incontri con associazioni, col dipartimento delle politiche sociali per capire se il territorio necessitava di questa nuova casa. Tutto ci ha portato ad iniziare.

È stato un anno intenso di lavori, di adattamento fino al giorno in cui, dal grande silenzio che regnava dalla fine della scuola, il vociare dei bambini ha ripreso a rallegrare l’ambiente.

Nel frattempo ha preso vita anche l’associazione amici casa famiglia salesia. In tanti hanno aderito e partecipato alla formazione dei volontari durata un anno. Ora abbiamo più di 50 iscritti e circa una trentina di volontari attivi in casa, aiuto nei compiti, accompagnamento a scuola, lavaggio piatti, stiro, giardinaggio, iniziative di sostegno economico… C’è chi ci ha offerto gite, la casa per le vacanze e tanta solidarietà materiale e affettiva. Stiamo dando la possibilità di far del bene a diversa gente.

È una realtà che fa bene anche ai benpensanti del quartiere che ci avevano pensato come un polo di malavita. Ora iniziano a rendersi conto che c’è una sofferenza ai più sconosciuta che deve far riflettere soprattutto a livello educativo e nello stile familiare.

C’è bisogno di prevenzione, aiuto alle famiglie in difficoltà, purtroppo per ora si raccolgono i cocci, e a volte anche molto tardi possibile per motivi economici.

Concludo nella speranza di aver trasmesso la passione che ci anima nel portare dentro questi bimbi e pensarli nel futuro, un futuro che sia il meno traumatizzato possibile.

Venerdì, 19 Marzo 2021